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Golpe Borghese

Prove tecniche di regime

            di Igor Carta.
      Qualcuno, in seguito ed evidentemente dotato di poca lungimiranza lo ha chiamato “il golpe dei pensionati”, e con un nomignolo del genere vien subito da pensare ad un branco di attempati in vena di goliardate stile “Amici miei”. Ma a ben leggere i nomi dei soggetti coinvolti che emersero dalla successiva inchiesta lo capisce chiunque che quello che si tentò di attuare nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 fu il più serio tentativo di colpo di stato che si tentò di attuare nella storia italiana, almeno finché non si aprirà il minimo spiraglio in quello di cui parlò il presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi che venne tentato a suo dire nel 1993, durante il suo governo tecnico che precedette lo sciagurato ventennio berlusconiano.

Del “Golpe Borghese” o “golpe dell’Immacolata”, così è stato denominato dai più ragionevoli analisti, rappresenta uno dei tanti episodi, per la stragrande maggioranza, oscuri della storia italiana, quella repubblicana in particolare, episodio che come tanti altri dà un’idea delle molteplici e poliedriche intelligenze che gestiscono in nebbioso sottobosco del segreto di Stato, servizi segreti nazionali e non, organismi paramilitari, massoni e quant’altro. Il periodo è quello solito, quello in cui venne intrapresa la cosiddetta “strategia della tensione”, il mezzo già previsto nell’immediato dopoguerra per impedire la presa del potere da parte del partito comunista che allora era, quello italiano, il più forte dell’Europa occidentale. Il piano era già messo a punto ed i gruppi erano già stati creati nel 1969. Il piano prevedeva l’occupazione del Viminale, del Ministero della Difesa, il rapimento del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e l’omicidio del Capo della Polizia Angelo Vicari. Gruppi armati avrebbero dovuto inoltre impossessarsi delle sedi della RAI per permettere la lettura, ad operazione avvenuta, del proclama da parte del promotore principale dell’impresa, il principe nero, Junio Valerio Borghese. Nome forte e rispettato, comandante di sommergibili e gruppi incursori durante la seconda guerra mondiale, comandante della X MAS dall’armistizio del 1943 al 1945, fondatore del movimento di estrema destra “Fronte Nazionale”; fu suo il famoso ordine che bloccò l’intera operazione mentre questa era in pieno svolgimento, un ordine di cui non si conoscono né motivazione ne l’eventuale mandante. L’opinione pubblica venne informata dei fatti solo nel marzo del 1971. Il processo iniziò nel 1977 e si concluse nel 1984 con l’assoluzione in appello di tutti i 46 imputati “perché il fatto non sussiste”, ma nella sentenza venne comunque rilevato che l’accaduto “non fu certamente riconducibile a uno sparuto manipolo di sessantenni”. Junio Valerio Borghese se ne era già andato, morì a Cadice, in Spagna nel 1974, dove riparò nelle ore immediatamente successive al fallito golpe.
Il fatto che se ne parli poco non significa che fu un episodio da barzelletta, tantomeno in un paese come l’Italia, dovrebbe anzi stupire il contrario, ma visti i soggetti e le entità coinvolte si trattò certo di un fatto da non prendere sottogamba. Difficile che un personaggio come Borghese, già veterano di guerra che ebbe certo il suo ruolo nella creazione di “Stay Behind”, e quindi in diretto contatto con i vertici militari, e di rimando della massoneria, si lasciasse coinvolgere in una impresa promossa in memoria dei bei tempi passati rimembrando le gesta di D’Annunzio a Fiume. E’ forte infatti il sospetto che Borghese potesse essere solo un mezzo, ovvero un personaggio di calibro non indifferente posto come condottiero per garantire determinate adesioni, dei militari in primis, e la riuscita del piano ma di cui eventualmente sbarazzarsi quanto prima a cose fatte. Oltre a Borghese, vi sono forti indizi che l’azione godette dell’appoggio di Gladio, dei membri della P2 di Licio Gelli e dei vertici della mafia siciliana nelle persone dei boss Gaetano Badalamenti e Stefano Bontate, oltre che del silenzio assenso del capo del SID (Servizio Informazioni Difesa) generale Vito Miceli e di ambienti del Dipartimento di Stato americano. Stando alle dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta furono i due boss ad ordinare il rapimento del cronista siciliano Mauro DeMauro, sequestrato nel settembre 1970 e mai più tornato a casa. DeMauro, ottimo cronista di cronaca ed ex combattente della Decima Mas era già nel mirino di Cosa Nostra per le sue indagini sulla morte di Enrico Mattei, ma la sua sorte sarebbe stata segnata dal presunto scoop sul golpe dell’Immacolata, su cui pare sapesse parecchio, e sul quale non mancò di vantarsi con i colleghi di redazione.
All’operazione non mancò ovviamente l’appoggio degli altri movimenti di estrema destra come “Avanguardia Nazionale”, fondato nel 1960 da Stefano Delle Chiaie, movimento già protagonista degli scontri noti come “Battaglia di Valle Giulia”. Lo stesso Delle Chiaie venne accusato, al processo per il golpe dell’Immacolata, di aver guidato il primo manipolo di golpisti dentro il Viminale, accusa infondata visto che lo stesso Delle Chiaie dimostrò che all’epoca dei fatti si trovava in Spagna. Il suo nome attirò nuovamente l’attenzione degli inquirenti che indagavano sulle stragi di Piazza Fontana del 1969 di della stazione Bologna del 1980. Per i fatti di Piazza Fontana su Delle Chiaie fu spiccato un mandato di cattura internazionale, visto che all’epoca faceva la spola tra Spagna e Sud America dove continuava l’attività eversiva ed ebbe inoltre l’occasione di conoscere il generale Pinochét. Estradato in Italia nel 1987 venne processato e assolto da tutte le accuse. Il giornalista Andrea Barbato disse di lui: “Lei è un imputato particolare, o è un colpevole molto fortunato o è un innocente molto sfortunato”. Ai militanti di Avanguardia Nazionale si sarebbero aggiunti anche quelli del già citato “Fronte Nazionale” di Borghese e del “Movimento Politico Ordine Nuovo”, fondato da Pino Rauti e poi passato nelle mani di Clemente Graziani e Sandro Saccucci dopo il rientro di Rauti nell’MSI
Anche dagli ambienti militari non mancò il supporto all’operazione, tra i luogotenenti di Borghese vi erano il generale dell’Aeronautica Giuseppe Casero e il colonnello Giuseppe LoVecchio presero posizione nei pressi del Ministero della Difesa garantendo di avere il benplacito del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, il generale Fanali. Il maggiore Luciano Berti, alla testa di un gruppo di 187 allievi cadetti del Corpo Forestale partì da Città Ducale e si appostò nei pressi della sede della RAI, azioni simili erano già previste a Venezia, Milano, Reggio Calabria, Verona, in Toscana ed in Umbria. Tutto sembrava pronto, si attendeva solo il segnale convenuto, quel “Tora Tora” ispirato dall’attacco giapponese a Pearl Harbour nel 1941, le sedi dei movimenti, il centro operativo e quello politico; al Viminale, già preso, si attendeva la distribuzione delle armi da parte del tenente dei parà Sandro Saccucci, che in seguito all’ordine si sarebbe mosso con altri congiurati per operare gli arresti eccellenti previsti in una lista vidimata dallo stesso Borghese , che sarebbero stati poi imbarcati su una nave per essere trasportati alle Isole Lipari.
E’ a questo punto che si verificò il colpo di scena, invece dell’ordine tanto atteso Borghese ordinò il rientro immediato dell’intera operazione. A tutt’oggi nessuno conosce con certezza i motivi di tale decisione, l’unico fatto certo fu che Borghese certamente obbedì ad ordini superiori, ma egli si rifiutò fino alla morte di parlarne con chiunque, compresi i suoi più stretti collaboratori. Il processo non ha chiarito ciò e tantomeno come sia stato possibile che tale disegno sia stato concepito in maniera così meticolosa e senza il minimo intoppo. Le ipotesi si sprecano: da un lato si pensa al mancato appoggio, che venne a mancare ad operazione in corso da parte di uno dei pezzi più grossi del disegno, Arma dei Carabinieri, P2 e CIA sono le più accreditate; per controparte si sospetta che Borghese, fin dal principio, avesse previsto di non portare a termine il colpo di stato, un avvertimento ad amici e nemici con il solo scopo di stabilizzare lo status quo presente. Ma quest’ultima ipotesi appare la meno consistente; stando alle dichiarazioni di un suo stretto collaboratore difficilmente Borghese si sarebbe lasciato non coinvolgere, ma essere addirittura primo esponente dell’operazione senza i giusti e verificati appoggi, quello degli americani in primis, con cui il principe nero vantava contatti di prim’ordine. Un altro collaboratore, il chirurgo Adriano Monti, dichiarò che l’operazione aveva come contatto diretto con il presidente Nixon un giovane industriale, Ugo Fenwich, nome suggerito da Otto Skorzeny, l’ufficiale che liberò Mussolini sul Gran Sasso in seguito divenuto, a suo dire, agente della CIA. L’unica condizione posta dagli Stati Uniti per l’appoggio all’operazione fu la nomina a presidente, dopo il golpe, di Giulio Andreotti.
Interessante al riguardo fu la posizione assunta dal generale dell’esercito Amos Spiazzi. Secondo i sostenitori dello scenario del golpe allo stato puro la notte egli mosse da Milano con una colonna di militanti con lo scopo di occupare Sesto San Giovanni; a suo dire invece, a Borghese fu tesa una trappola, il golpe sarebbe stato utilizzato dalla DC per emanare leggi speciali, e fu lui stesso a telefonare a Borghese avvisandolo dell’imminente pericolo, in quanto l’esercito aveva già avviato la cosiddetta “Esigenza Triangolo”, a supporto delle forze dell’ordine contro eventuali disordini.
Ma ancora più interessante, nelle dichiarazioni di Spiazzi, fu come egli definì le "Stragi di Stato", che “sarebbero state espressamente volute ed organizzate da servizi segreti stranieri, inquadrabili in un gioco più sporco e più grande di quello che la politica locale riusciva ad osservare dal suo limitato orizzonte: un gioco a danno della popolazione civile inerme ed inconsapevole ordinato da interessi internazionali facenti capo a Washington ed a direttive nazionali - nella figura della Democrazia Cristiana – che rispecchiavano in pieno la sudditanza italiana all'Alleanza Atlantica. Le forze politiche nazionali più legate e devote agli Stati Uniti volevano e dovevano continuare a governare l'Italia a qualunque costo e con qualunque mezzo. Le minacce di colpi di stato erano un pericolo inventato, un modo per poter tenere in piedi un sistema di polizia. In breve, una dittatura pluripartitocratica, a detta di Spiazzi, da sessant'anni governa l'Italia non tenendo conto del volere dei cittadini”;
Solo elucubrazioni di un arzillo pensionato in vena di goliardate? Che mattacchione!! Peccato che i più grandi disastri del nostro paese, Piazza Fontana, Ustica, Bologna, Moby Prince tanto per fare qualche nome, sono sospesi nella nebbia d’avvezione, nessun colpevole ma la classica “ouverture”, ovvero “gli inquirenti seguono la pista anarchica”, quella non manca mai, l’unica certezza in questi casi.

Pubblicato su il Petardo


Anche per questo bimestre è fatta. Troverete questo numero un po' "monotematico" perché ci siamo "interessati" (magica parola... interessarsi a qualcosa) a quelle persone che sono morte o hanno perso l'intera famiglia di punto in bianco nel periodo delle stragi di stato, ovvero, durante uno dei tanti gesti quotidiani: prendere il treno, andare in banca, manifestare in piazza, ecc., lo stato (pezzi deviati di esso) si è preso le loro vite. E' successo anche ad una studentessa di Brindisi. E succederà ancora, finché il numero di persone a cui la verità importa non supererà di gran lunga il numero dei parenti delle vittime. Unici a ricordare con forza i loro martiri. Ma come vedrete non parliamo solo di questo, ma di tanto altro che di attuale ci è sembrato valesse la pena discutere e approfondire. 


            Buona lettura.

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