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Cosa resta della rivoluzione libica?

Intervista a Cristiano Tinazzi


Con la fine di Gheddafi e del suo entourage, ci si chiede oggi quali spiragli possano aprirsi sulla strada che conduca alla scoperta della Verità nel “caso” Ustica. Rimossi i veli -almeno sul versante libico dei servizi segreti- credi oggi si possa finalmente aprire questo “vaso di Pandora” per vedere finalmente cosa c’è dentro?

No, non credo. Il nuovo assetto statale e politico libico non ha nessuna intenzione di incrinare i rapporti con i suoi alleati, Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Rivelare un'altra parte di verità su Ustica significherebbe coinvolgere anche altri attori statali e la Libia non ha nessun interesse a collaborare su questo tragico fatto. Gli unici libici che potrebbero bypassare lo stesso governo sono Moussa Kousa, l'ex capo dell'intelligence dal 2004 al 2009 ed ex Ministro degli Esteri fino al 2011 e Abdullah Senoussi cognato di Gheddafi e a capo dell'intelligence militare libica. Il primo attualmente si trova a Doha, in Qatar, mentre il secondo è detenuto in Mauritania. Nessuno dei due è comunque intenzionato a collaborare.

Credi che dopo la fase di transizione guidata dal CNT in Libia sia possibile prefigurare un nuovo futuro e un qualche panorama di conciliazione?

Nonostante il grande battage sulle elezioni, che comunque si sono svolte in modo generalmente regolare salvo poche eccezioni nell'Est del Paese, i problemi permangono. L'assenza di uno stato forte e centralista ha lasciato libere le forze centrifughe che da sempre contraddistinguono questo Paese. La Libia infatti non ha mai avuto un forte senso di identità nazionale se non sotto Gheddafi, che ha utilizzato l'Islam (addomesticandolo) come collante identitario e una riscrittura della storia coloniale come fondamento della Nazione. Oggi sono riemerse identità, appartenenze etniche e logiche tribali e cittadine che rendono difficile il formarsi del nuovo stato e della cognizione stessa dell'essere libici. C'è ancora una volta un ampio lavoro in corso di riscrittura della storia passata, con un tentativo di riallacciamento al periodo di Re Idris I (1951-1969), visto come un momento di felicità e prosperità del Paese. Una riscrittura, appunto, che si basa su una finzione storica ma che è necessaria per trovare un nuovo mito fondante della Nazione libica.

I contratti tra le società europee ed occidentali da una parte e le società libiche in materia di energie sono più o meno in clima di prorogatio. Come si muove il CNT in tale ambito e cosa credi accadrà in quest’ambito nel futuro prossimo libico?

Poco o niente rispetto al passato credo, almeno per i prossimi anni. I contratti in essere tra il vecchio governo libico e le compagnie petrolifere non sono mai stati cancellati, pena ricorsi a livello internazionale e penali miliardarie che non convengono a nessuno. Le future prospezioni petrolifere e i contratti su di esse sono il campo sul quale si giocheranno i nuovi equilibri e le nuove alleanze post-Gheddafi.

I media italiani, provinciali e strabici, hanno seguito -come al solito- le vicende libiche solo nella logica dei grandi numeri (X morti, Y feriti, etc.), in modo superficiale e “da lontano”. Tu sei uno dei pochissimi che ha seguito e vissuto in “presa diretta” gli avvenimenti libici prima, durante e dopo il “disastro finale”. Hai spesso “raccontato”dal di dentro quale fosse il clima delle menzogne che era stato costruito intorno al fronte degli oppositori al regime di Gheddafi e più in generale intorno all’intero contesto di conflitto libico. Ed altrettanto spesso –in modo pressoché solitario- hai continuato a dire che non era tutto semplificato e “aggiustato”come risultava nei media (soprattutto italiani) per i quali la vera e propria guerra civile in Libia sarebbe durata poco. A partire da questa esperienza, qual è il tuo punto di vista a proposito della “costruzione mediatica” in contesti di conflitto e più in generale in materia di “affari esteri”?


La guerra si combatte militarmente, con le armi, sul terreno, ma anche mediaticamente. Una guerra diventa 'giusta' se si convince l'opinione pubblica che i sacrifici connessi ad essa e l'accettazione di perdite umane sia giustificato dalla bontà dell'azione. Questo traguardo si raggiunge con una elaborata azione a livello mediatico nella quale i mezzi di informazione, coscienti o meno, sono lo strumento utilizzato per convincere l'opinione pubblica. Oggi nessuna popolazione delle società occidentali è disposta ad accettare la perdita dei propri soldati, dei propri cari in una guerra lontana e non compresa. La morte di un soldato italiano è amplificata fino all'inverosimile quando non lo è la morte, lo stesso giorno, di duecento persone in Siria. Il meccanismo che scatta è quello di eroicizzare il militare, morto in azione o per coprire i compagni o per salvare la vita ad altri o per una guerra 'umanitaria', venuto sin là a portare del bene.
Vi è poi l'abuso dell'utilizzo delle televisioni satellitari arabe, ad esempio, come Al-Jazeera e Al-Arabiya, da parte dei mezzi di informazione e delle agenzie di stampa. Televisioni che hanno una precisa agenda politica e che tendono a muoversi enfatizzando o minimizzando determinati fatti della politica internazionale. Nel caso libico, soprattutto per muovere all'inizio la macchina internazionale e far scattare sanzioni, condanne e poi il vero e proprio intervento armato, sono state lanciate da queste televisioni notizie false prese dagli attivisti e poi utilizzate dai media internazionali ma soprattutto, e questa è una volpa gravissima, dalle agenzie di stampa. E' venuto così a mancare il primario controllo delle fonti e una perdita di credibilità del sistema informativo stesso.

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