Home , , � Riforme del lavoro in Italia e Spagna

Riforme del lavoro in Italia e Spagna


di Andrea Pili.

Italia e Spagna, due paesi in crisi economica e con dei governi nuovi e graditi ai mercati e all'Europa, hanno varato delle riforme del mercato del lavoro. Piuttosto che nel loro insieme, sarebbe bene considerare tali provvedimenti secondo il punto dei licenziamenti; infatti, questo aspetto si ricollega ad un processo - già in atto da almeno vent'anni - di smantellamento dei diritti dei lavoratori e - più in generale - dell'intero Stato Sociale. 

In Italia, il governo del tecnico Monti – in collaborazione con il ministro del lavoro e delle Politiche Sociali Elsa Fornero – è riuscito a modificare l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, lasciando la piena tutela del posto di lavoro soltanto per quanto concerne i “licenziamenti discriminatori”; per i licenziamenti disciplinari non è contemplato sempre il reintegro – nel caso si provi il torto dell'imprenditore; altra causa di licenziamento prevista sono le motivazioni economiche, per il quale vi è il reintegro del lavoratore solo nel caso di “manifesta inesistenza”, ovvero se dietro la facciata della causa economica si celi una palese discriminazione. Inoltre, il provvedimento cerca di velocizzare la risoluzione delle controversie, proponendo la conciliazione obbligatoria per il licenziamento economico.
Molto più dura, invece, è stata la “reforma laboral” varata in Spagna, dal governo Rajoy – eletto primo ministro a novembre con il Partito Popolare, il peggior partito di destra in Europa – in tandem con il ministro del lavoro Fatima Banez. Precedentemente, per licenziare gli operai, le imprese dovevano ottenere l'autorizzazione dell'Autoridad Laboral, che poteva respingere il provvedimento o predisporre indennizzi elevati per i licenziati; oggi, le imprese possono licenziare semplicemente allegando una delle cause stabilite legalmente. Tra queste, vi è quella “economica”, che offre ai padroni una possibilità di manovra molto ampia: si è legittimati al taglio di posti di lavoro in caso di contingenti perdite, ma anche se i rendimenti negativi sono previsti o se ci sono diminuzioni di vendite per tre trimestri consecutivi.
In tutti e due i paesi, si vuole cercare di favorire i licenziamenti al fine di garantire la sopravvivenza delle imprese – danneggiate dalla competizione globale – e di attirare nuovi investimenti; in entrambi, si cerca di addolcire la pillola con dei poco credibili richiami al lavoro giovanile e alla stabilizzazione dei rapporti di lavoro. Tuttavia, non sfugge a nessuno la natura nettamente classista di due provvedimenti che guardano ai lavoratori come delle pedine da spostare come viene meglio per favorire le imprese. Si sceglie, paradossalmente, di aiutare l'economia rendendo peggiori le condizioni dei lavoratori, senza offrire alcuna prospettiva seria per i giovani, se non quella dell'emigrazione o della schiavitù del XXI secolo.
In Italia, come in Spagna, da circa vent'anni è ormai in atto un processo di smantellamento dei diritti dei lavoratori e quindi di palese mercificazione degli operai, a vantaggio dei proprietari. I governi di centrodestra e centrosinistra, in Italia, come quelli del Partito Socialista e di quello Popolare in Spagna, si sono fatti portatori dello stesso modello socioeconomico, basato sulla precarietà e infine sulla libertà di licenziare. Questa non è antipolitica, ma storia: fu sotto il governo socialista di Felipe Gonzales che la Spagna divenne il paese europeo con il più alto tasso di precariato  (circa 1/3 della forza lavoro) sempre sotto il suo governo, nel 1994, fu permesso alle imprese di licenziare – senza autorizzazione – il 10% del personale ed inoltre furono ampliate le cause di licenziamento. Insomma, se la Danimarca incarna il modello di una flessibilità giusta, la Spagna ha incarnato il modello della flessibilità imposta per venire incontro alla globalizzazione, con buona pace di ogni principio di socialità. I governi poi susseguitesi a Madrid – il popolare Aznar (1996-2004) ed il socialista Zapatero (2004-2011) – hanno proseguito nella stessa direzione, cercando di incentivare il precariato rendendo meno onerosi i licenziamenti. Si arriva dunque all'ultimo biennio – con la riforma del 2010, che segna la fine di Zapatero come statista ed i provvedimenti, già descritti, del governo Rajoy – in cui si va nettamente verso l'estensione della libertà di licenziare.
Analogamente in Italia, a partire dal protocollo d'intesa tra governo e parti sociali del luglio '93 – sotto il governo Ciampi – si apre la strada alla palese mercificazione del lavoro con l'introduzione del concetto di “lavoro interinale”. Poi, sotto il governo di Prodi – con l'approvazione del “Pacchetto Treu” nel 1997 – e con la legge Biagi (2003), sotto il governo Berlusconi, si rende concreta la flessibilità lavorativa. Quest'ultima fu concepita per aggirare l'articolo 18, cioè il licenziamento senza giusta causa. I governi di Roma e Madrid si sono comportati come un Pinochet spalmato per decenni; i lavoratori – che hanno continuato a legittimare il sistema – si sono comportati come la proverbiale rana che continua a nuotare nella pentola mentre viene, lentamente, bollita.
Sembra evidente che si stia entrando in una nuova fase della storia occidentale. Lo Stato Sociale – dominante nella versione di Bismarck e di Beveridge – ha garantito l'accettazione del capitalismo limitando i danni della progressiva distruzione di socialità, oltre che distribuendo benessere e la sensazione che tutti quanti potessero cambiare la propria condizione. Questa doppia faccia del capitalismo industriale è stata ben descritta dal capolavoro di Herbert Marcuse “L'Uomo a Una Dimensione”, il quale trasmette pessimismo per la constatazione della disillusione del proletariato, indotta dal totalitarismo occidentale.
Tuttavia, dagli anni '80 – con la crisi del keynesismo – l'Occidente è andato verso lo smantellamento dello Stato Sociale, sia perché concepisce questo come una palla al piede, sia perché si ritiene convinto che il liberal-capitalismo abbia trionfato definitivamente. L'analisi del marxismo occidentale è senz'altro superata: oggi, il futuro non viene più concepito come roseo, bensì come disastroso, ed il capitalismo si mostra incapace di garantire benessere e protezione sociale, rendendo sempre più evidente la sua natura inumana e diseguale. Dove si va dunque? Nessuno può dirlo. Di sicuro, però, si è aperto un grande vuoto dentro il pensiero politico ed economico; a calmarlo dovrà essere una nuova elaborazione sociale e rivoluzionaria, che riduca l'economia dentro la comunità. Se non saremo capaci di una tale operazione, la storia si ripeterà ed il capitalismo occidentale offrirà una nuova versione di sé, mettendosi al riparo fino alla prossima crisi.


Pubblicato su il Petardo


Potete leggerla e scaricarla online su Scribd. per chi avesse difficoltà a stamparla o scaricarla da Scribd a breve potrà farlo dal sito della rivista. Dateci solo 24 ore di tempo per aggiornarlo, sempre nel sito potete anche trovare gli arretrati; sebbene ogni pezzo venga convertito in post periodicamente in questo blog. Abbiamo anche una newsletter, se vi interessa potete farne richiesta mandandoci una mail al seguente indirizzo: anarchyintheukblog@gmail.com.

0 commenti to "Riforme del lavoro in Italia e Spagna"

Leave a comment