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Diaz-Bolzaneto

la più grave sospensione dei diritti democratici in Occidente dopo la Seconda Guerra Mondiale

          
            di Giovanni Pili.
      
            Poco dopo la prima del film Diaz a Genova i magistrati che si occuparono dei processi sulle violenze nella scuola e nella caserma di Bolzaneto hanno ricevuto delle lettere minatorie. Si tratta dei giudici Enrico Zucca, Vittorio Ranieri Miniati, Patrizia Petruzziello e Francesco Cardona Albini. A giugno il processo arriverà in Cassazione. L’ultima sentenza risale al maggio 2010 con ben 25 condanne ad alti dirigenti di polizia responsabili non solo delle violenze, ma anche di calunnie e inquinamento di prove. Il rischio prescrizione incombe inesorabile. Ci sono poche speranze di ottenere giustizia da parte delle 90 parti civili. 


Emblematico il fatto che prima di trasmettere il film, la sceneggiatura sia stata esaminata dal capo della polizia di Genova. Il regista Daniele Vicari però non ha romanzato; Diaz: don't clean up this blood si basa sugli atti dei due maxi processi. Per quanto la pellicola abbia ricevuto importanti riconoscimenti, come il premio del pubblico all'ultimo festival del cinema di Berlino, tanto da essere stato trasmesso al Parlamento europeo; la Rai non vuole saperne di trasmetterlo, nessuno si scandalizza per le minacce ai giudici che hanno indagato sui poliziotti, né suscita indignazione il fatto che i responsabili di quella tonnara siano stati tutti promossi. La cosa più grave – che dovrebbe sbalordire il mondo – è l'anomalia di un paese occidentale, cosiddetto di diritto, dove non esiste ancora una legge che riconosce il reato di tortura: l'Italia. Quella che Amnesty International ha definito “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” resterà impunita. Ed è questo un dato di fatto, perché l'Italia è anche l'unico paese occidentale che prevede la prescrizione anche dopo che il processo è cominciato ed una condanna sia stata già pronunciata.

Gli atti dei processi e le testimonianze si trovano in rete, registrazioni comprese. Riassumiamo a titolo di esempio l'esperienza di Lena Zulkhe, tedesca. Il suo ragazzo, giornalista, venne sadicamente picchiato in strada durante il G8; la telecamera gli venne sequestrata senza alcun verbale. Si ritrovarono assieme nella scuola Pertini, facente parte del complesso delle scolastico Diaz. Erano lì per passare la notte. Durante l'ingresso dei poliziotti si rifugiano in una dispensa del 4°piano. Quando vengono trovati, al suo ragazzo non servirà a niente sventolare il tesserino da giornalista. Viene comunque massacrato coi tonfa da una decina di poliziotti. Prima lui, poi Lena. A quanto testimonia la ragazza vi era un sadico divertimento da parte dei picchiatori. Dopo le prime percosse Lena viene buttata giù dalle scale; trascinata per i capelli e percossa ulteriormente. Infine altri poliziotti che scendono dal piano superiore la sputano in faccia. Alla fine alcune persone tentano di infilarla in un sacco nero nel vano tentativo i nascondere le condizioni in cui si trovava. Probabilmente non doveva trattarsi di medici civili; i quali arrivano dopo con una barella. Lena rivede il suo ragazzo durante il tragitto verso l'ambulanza, ricoperto da una polvere bianca – probabilmente di lacrimogeno – che acutizza il dolore delle ferite. Quando si trova in ospedale non sa ancora di essere in stato di arresto. Dei poliziotti entrano nella sua stanza per controllare i suoi effetti personali. Gli viene impedito di telefonare. Non può nemmeno contattare un avvocato. Durante la degenza i poliziotti di guardia bussano nelle pareti coi tonfa e giocano con le pistole. Doveva andare in bagno a porta aperta nonostante la chiara impossibilità di fuggire. Oggi Lena vive ancora i gravi postumi delle violenze gratuite subite; gli fracassarono le costole ed ha perso capacità polmonare, quando parla sente di non avere mai sufficiente aria.

Chi ha avuto la sventura di essere sufficientemente sano da poter essere prelevato venne trasferito nella caserma di Bolzaneto. Qui segue una escalation di torture, sono per lo più stranieri; in gran parte tedeschi e inglesi. Chi viene costretto ad abbaiare, chi a cantare motti fascisti. Vengono tenuti faccia al muro con braccia e gambe divaricate; dopo alcuni minuti in quella posizione cominciano ad avvertire dei crampi, ma chi si muove viene puntualmente manganellato. Ci risultano anche un caso di stupro e diverse molestie sessuali.

Per quale motivo in uno stato di diritto vengono addestrati poliziotti e guardie carcerarie alla conoscenza di motti fascisti e tecniche di tortura di quel tipo? Come viene selezionato chi può indossare una divisa e chi no? Se analizziamo come sono avvenuti i fatti troviamo altri particolari importanti. Per esempio il cosiddetto “Sant'Antonio”: quattro secondini circondano il detenuto e lo percuotono coi manganelli. Non dovrebbe succedere, ma chi è stato nelle patrie galere conosce il trattamento. Sì ma, quello era il G8 di Genova, non un carcere. Non sarebbe tollerabile in nessun caso, comunque i cosiddetti black block lì vediamo nei filmati che bruciano auto e sfasciano vetrine senza che la polizia muova un dito. Sono violenze perpetrate per lo più ad inermi manifestanti. Che dire poi del blitz alla Diaz? Le testimonianze delle vittime sono corroborate dal sopralluogo fatto dal Maresciallo Giuseppe Tritore, per il processo in primo grado. Come se non bastassero le chiazze di sangue alle pareti.

Trecento uomini in divisa entrano a grappolo dentro l'edificio e caricano indiscriminatamente tutti, investendoli di una pioggia di manganellate, senza risparmiare le donne. Anche in questo caso un ex galeotto potrebbe vederci qualcosa di noto. Quello è il protocollo che si esegue in caso di rivolta all'interno di un carcere; è necessario prima di tutto rendere innocui i detenuti e non si può perdere tempo a stabilire chi è buono e chi cattivo, perché in queste situazioni ogni detenuto ha solo una cosa in testa: l'evasione. Anche qui i conti non tornano, perché la Diaz è una scuola e quelli sono degli studenti stranieri, alcuni sono degli attivisti, avvocati, giornalisti. Lì si trovava la sede del Genova Social Forum, nella scuola di fronte – il Pascoli – c'erano i loro uffici.

Quel ch'è successo è il risultato di una catena di errori, da parte di chi doveva garantire l'ordine e la sicurezza. Si sono utilizzati poliziotti di leva,di loro non si sa chi continuerà, alcuni lì perché in questo modo la famiglia spera di allontanarli dalla strada. Emblematico il caso dell'ex carabiniere Mario Placanica, l'assassino di Carlo Giuliani, accusato nel 2009 di violenza sessuale e maltrattamenti verso una minorenne. All'epoca dei fatti la vittima aveva 11 anni. Insomma una pesantissima accusa di pedofilia. Si trovavano anche guardie carcerarie. Cosa c'entrano dei secondini? Perché a Genova in quei giorni vediamo finire all'ospedale persino dei giornalisti? Evidentemente il pericolo non erano i black block, bensì l'idea che queste persone si portavano a presso. Ed ecco quindi che abbiamo un misto di forze armate plagiate durante l'addestramento dai soliti nonni fascisti – altrimenti amanti di canzoni nostalgiche, se preferite; a cui si unisce una dirigenza totalmente incapace, alcuni di loro fingeranno di non vedere. Uno solo ammetterà la gravità dei fatti, definendo quanto accadde nella Diaz una “macelleria messicana”. Poi, dopo dieci anni di indifferenza mediatica, uno si chiede come mai all'estero trovano che la stampa italiana non sia libera.

Quei ragazzi vennero trattati come dei detenuti. Era sottinteso insomma che a Genova chi manifestava non era un cittadino, non godeva dei diritti politici, ma non era nemmeno un essere umano, non godeva dei diritti civili. Era un non libero insomma.

Chi materialmente eseguì quelle violenze non ha né un volto né un nome. Sappiamo solo quelli dei dirigenti di polizia. Questo è inaccettabile, perché a distanza di un decennio questi maiali in divisa sono stati sparsi in tutto il territorio a dare saggi consigli alle nuove leve. Alcuni di loro magari sono oggi impiegati in Val di Susa e sanno bene che godono tutt'oggi dell'impunità, visto che possono persino usare dei lacrimogeni che in guerra sarebbero illegali. Se poi dei dirigenti di polizia condannati in appello vengono pure promossi – alcuni addirittura nei servizi segreti – potete farvi un'idea di quanto sottile sia il confine che separa lo stato italiano dalla tirannide. Si capisce anche l'importanza che ha il cinema di denuncia; perché certi fatti un conto è sentirli, un altro è vederli. Forse è così che successe negli anni '30 in Germania. Gran parte di ciò che accadeva veniva più letto che visto, anche perché molti, come i dirigenti di polizia del G8, fecero finta di non vedere.

Pubblicato su il Petardo


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