Due Donne leader sulla scena del proprio Paese
Quello che non si vede in Italia: due Donne (una è Premio Nobel per la Pace) sono interpreti della vita nazionale. Un raffronto –tra chiaro e oscuro- tra due figure-emblema che ci raccontano quanta energia propositiva giunge dall’asse trainante del pianeta: l’Asia.
Dall’Asia ci giunge
–una volta di più- materia di riflessione sul ruolo delle donne
sulla scena mondiale, il che non è un caso. L’asse trainante del
Pianeta da tempo non è più nell’Atlantico ma nel Pacifico, non è
più nell’asfittico Occidente preda (più di altri) della crisi
globale ma nel Continente Asiatico (così come in altre scene del
Mondo, come accade con il Sud Africa, con il Brasile, insomma con le
cosiddette Nazioni “trendy” sul proscenio economico/finanziario
planetario). In questo caso, il Premio Nobel birmano Aung
San Suu Kyi ed il Premier thailandese Yngluck
Shinawatra sono due esempi (sebbene profondamente diversi e dotati di
differente gradiente di complessità) per spiegare quanto ci sia
ancora da apprendere dalle nostre parti su quel che sta svolgendosi
in zone del Mondo distanti dal Continente Europeo ma –in particolar
modo- dalla “piccolissima” Italia, ostaggio definitivo nelle mani
della Banca Centrale Europea e del Governo dei cosiddetti “tecnici”
che sono ogni giorno di più longa
manus
dei desiderata del sistema bancario europeo. E’ ben difficile
immaginare infatti che in Italia vi possa mai essere un Premier Donna
di 45 anni, laureata e con successivo master di specializzazione
conseguito presso la Kentucky State University
-come accade con Yngluck
Shinawatra- oppure vi potrà mai esssere un personaggio politico
femminile trainante sulla scena nazionale come accade con il Premio
Nobel Aung
San Suu Kyi. Tanto per fare un parallelo, il Premio Nobel Rita Levi
Montalcini è stata nominata Senatrice a Vita e questo le consente di
sostenere coi propri mezzi economici la propria Fondazione dove si
sperimenta nel settore del decadimento del Sistema Nervoso ma ciò la
tiene fuori dall’agone politico, lo stesso luogo politico dal quale
è attentamente tenuta fuori Margherita Hack, pur essendo certo Donna
e Scienziata non da poco, visto che è anche Membro dell’Accademia
Nazionale dei Lincei. Il medico non le concede nemmeno la patente per
continuare a guidare l’auto. Entrambe –molto presumibilmente- non
saranno mai Premier o Presidente della Repubblica in Italia mentre in
Myanmar un Premio Nobel Donna oggi è leader politico nazionale e in
Thailandia una Donna di soli 45 anni è Manager di formazione e
Premier della propria Nazione.
Il Myanmar è Paese
giunto stanco, stremato al rinnovo di una parte limitata (meno del
10%) del Parlamento Nazionale. L’accesso alla libertà (reale?),
alla candidatura ed al voto del Premio Nobel Aung
San Suu Kyi agli occhi degli osservatori di cose di
Geopolitica risulta chiaramente il frutto di una trattativa condotta
almeno per 18 mesi prima di rendersi “manifesta” in tutta la sua
“liberalità” da parte della Giunta Militare. In realtà,
l’accerchiamento da parte della Comunità internazionale
–sanzionato da una visita ufficiale di Hillary Clinton in
rappresentanza del “Mondo libero” in territorio birmano- si è
fatto particolarmente pesante negli anni. Il Myanmar è Nazione
“cara” in senso mercantilizio ed affaristico non solo alla
Thailandia (pietre preziose in primis, come accade nel caso dei
rubini) ma al Mondo intero, poiché è Paese che letteralmente
galleggia su ampie riserve di gas. Per sfruttare questa
preziosa fonte di energia, però, il Myanmar ha necessariamente
bisogno dell’Occidente e della Comunità internazionale non solo
per “piazzare” il gas e quindi venderlo ma anche per la creazione
di infrastrutture e di tecnologia per la sua estrazione e
distribuzione, oltre che della compiacenza delle Nazioni limitrofe,
in tal senso.
Ora c’è un grande
lavoro da fare, parecchio tempo da recuperare soprattutto sulla
strada della riconciliazione nazionale. Uno dei primi atti compiuti
dalla leader del National League for Democracy (NLD) –non appena
concluso l’operato dello spoglio delle schede e verificata la
grande vittoria elettorale- è stato quello di incontrare a Rangoon
una rappresentanza del popolo Karen (praticamente una sola settimana
dopo le votazioni) lo scorso 8 aprile 2012. Non a caso il segretario
generale della Karen National Union (KNU) Zipporah Sein ha definito
l’incontro “un avvenimento importante'' che può incoraggiare la
riconciliazione nazionale”. E la stessa Aung San Suu Kyi ha
chiosato: “Uno degli scopi principali della National League for
Democracy è il raggiungimento di una piena e compiuta Democrazia,
processo di costruzione nel quale noi crediamo debbano essere incluse
tutte le etnìe”. Non si tratta di un cambiamento di poco conto,
l’organizzazione paramilitare del popolo Karen -finora con base in
territorio thailandese- non è mai stata riconosciuta dal potere
militare birmano. Il quale infatti la considera tutt’ora
“illegale”. Il braccio armato del popolo Karen ha sempre animato
le rivolte contro la giunta militare birmana sin dal 1949,
posizionandosi fisicamente al confine est con la Thailandia. Il KNU
ha controfirmato un patto nel quale sottoscrive i contenuti del “new
deal” birmano volto a corroborare le speranze riposte nella fine di
uno dei più lunghi conflitti civili del Mondo. Vi è quindi da
risolvere il bando emesso dalla Giunta militare birmana nei loro
confronti e Aung San Suu Kyi sembra essere la figura politica e
diplomatica più adatta sia per il ruolo rivestito nel Paese e la sua
storia personale, sia perché si tratta di un Nobel per la Pace sia
infine per il fatto che si tratti di donna esperta in materia di
Leggi e di Diritti.
I Karen –uno dei 135
differenti gruppi etnici del Myanmar- costituiscono il sei per cento
della popolazione nazionale. Proprio la continua guerra e gli abusi
commessi in materia di Diritti ai danni dei Karen hanno spinto decine
di migliaia di rifugiati ad attraversare i confini thailandesi.
Bisogna precisare che l’Esercito Thailandese non li riceve a
braccia aperte, anzi, si viene spesso a sapere di azioni militari
commesse ai danni dei rifugiati birmani, con poche cautele circa il
loro stato di macroscopica difficoltà persino nel sopravvivere,
visto che sono perseguitati nella propria Madrepatria.
Il secondo atto
compiuto da Aung San Suu Kyi e dalla compagine politica da lei
guidata, ovvero la Lega Nazionale per la Democrazia, è stata la
mancata partecipazione il 23 Aprile 2012 alla prima seduta del
rinnovato Parlamento birmano, in particolare alla Camera Bassa,
poiché questo atto comportava il giuramento alla Costituzione
birmana attuale che proprio Aung San Suu Kyi ed i suoi considerano
intrinsecamente illiberale. Nel frattempo, l’Unione Europea ha
confermato la sospensione di un anno delle sanzioni contro la Giunta
militare del Myanmar per sostenere le aperture democratiche attuali,
ovviamente restano in atto le sanzioni che riguardano l’embargo
sulle armi che viaggiano verso il Myanmar e resta confermata anche la
sospensione di qualsiasi lasciapassare diplomatico e il blocco verso
i passaporti di almeno 500 individui e figure istituzionali
variamente legate al regime militare birmano.
Aung San Suu Kyi a
Giugno potrebbe finalmente recarsi a Oslo per ritirare il suo Premio
Nobel –ammesso che le venga finalmente dato il passaporto- un
viaggio all’estero che potrebbe compiere fuori dal Myanmar dopo 24
anni, in Norvegia e Regno Unito. La sortita inglese le consentirebbe
di passare a Oxford nella cui università ha studiato negli Anni ’70
e nella Capitale Londra dove ha allevato due figli. Sempre in Gran
Bretagna perì suo marito, non potè partecipare nemmeno alle sue
esequie a causa della restrizione ai domicliari che le fu imposta dai
militari birmani. Il Premier inglese Cameron, durante la sua
recentissima visita ad Aung San Suu Kyi (occasione nella quale
appunto l’ha invitata a recarsi in Gran Bretagna) ha compartecipato
la richiesta di allentare la morsa internazionale ai danni della
giunta militare birmana: d’altro canto, come spesso accade,
l’embargo arreca più danni al popolo che ai vertici di potere che
assediano le proprie genti.
Di fatto, l’Unione
Europea ha già cancellato alcune restrizioni contro il regime
all’inizio del 2012 e i Ministri degli Esteri dei 27 Paesi Membri
hanno deciso i nuovi passi da intraprendere nella riunione del 23
aprile. Secondo Suu Kyi, una sospensione delle sanzioni
“rafforzerebbe i riformisti, non per la sospensione in sé ma per
il fatto che le sanzioni potrebbe essere reintrodotte se il processo
di riforma non dovesse andare avanti senza ostacoli”.
David Cameron ha capito
ed ha appoggiato ufficialmente Aung San Suu Kyi: “Se davvero
vogliamo avere l’occasione di far crescere la libertà e la
democrazia in Birmania, dobbiamo rispondere quando sono loro a
prendere delle iniziative”, ha detto il Premier inglese davanti
alla residenza sul lago dove Suu Kyi ha trascorso agli arresti
domiciliari gran parte degli ultimi 22 anni. “Per la salvezza di un
Paese che sta conquistando la libertà dopo decenni di dittatura e
che sta cercando di rafforzare la propria economia dopo anni di
terribile povertà, vale la pena correre questo rischio”.
A Febbraio 2012,
l’Unione Europea aveva rimosso il divieto di viaggio nei confronti
di 87 funzionari del Myanmar, incluso il presidente Thein Sein, ma
aveva mantenuto il congelamento dei loro beni. Le altre sanzioni
decise dal blocco europeo includono l’embargo sulle armi, sul
commercio delle gemme e il congelamento dei beni di circa 500 persone
e 900 società.
La liberazione di Aung
San Suu Kyi ha anche consentivo il relativo “scongelamento” di un
vicino “ingombrante” per certi versi e potenzialmente molto utile
nel caso in cui diventi alleato fidato: l’Australia.
Infatti, dopo le
elezioni suppletive che hanno portato in Parlamento la leader
dell’opposizione e 42 altri candidati della sua Lega Nazionale per
la Democrazia, l’Australia ha deciso di sospendere le sanzioni
contro il presidente della Birmania Thein
Sein e 261 altri responsabili, finora sottoposti a restrizioni
di viaggio e finanziarie. Per mantenere però la pressione verso
ulteriori riforme, restano ancor oggi operative le sanzioni su altre
130 altre persone sospettate di violazioni dei diritti umani, fra cui
alti ufficiali militari, fatto confermato dal ministro degli Esteri
Bob Carr, durante una sua
visita a Londra, aggiungendo che il prossimo obiettivo sarà di
normalizzare progressivamente le relazioni commerciali. Carr alla
radio australiana Abc ha affermato:“Sopprimiamo le sanzioni dopo
aver parlato con Aung San Suu Kyi e con altri esponenti
dell'opposizione, con il governo birmano e di altri Paesi.
Continueremo a incoraggiare il governo birmano a proseguire sulla
strada delle riforme, incluso il riconoscimento delle piene libertà
politiche e la riconciliazione con i gruppi etnici”. Se il
progresso verso le riforme non continuerà, le sanzioni saranno
ristabilite, ha aggiunto.
Aun San Suu Kyi quindi
è “garante” per il Myanmar agli occhi del Mondo, allo stesso
tempo, la Giunta militare birmana ha bisogno di veder allentata la
morsa dell’embargo per fare meglio i propri affari.
Ben diversa la
configurazione di Yngluck
Shinawatra, sorella di Thaksin, magnate thailandese esule all’estero
a causa di una condanna (con sentenza passata in giudicato) per
“conflitto di interessi”, pena ancora da scontare nella propria
Madrepatria ed oggetto di discussioni in merito ad un possibile
“lasciapassare” legale che gli potrebbe fruttare il diritto al
rientro in Thailandia. Si consideri però che proprio Yngluck
Shinawatra è stata il primo leader ASEAN (Association of South-East
Asian Nations) Capo di Governo ad incontrare Aung
San Suu Kyi per discutere immediatamente e pragmaticamente di piani
di sviluppo in materia di trasporti e di energia, evitando in prima
istanza di parlare della liberazione di detenuti politici. Il Myanmar
è fornitore di almeno il 30% del fabbisogno di gas della Thailandia,
nell’immediato futuro è facile immaginare che tali percentuali
possano innalzarsi ulteriormente e si possano stipulare ancor più
vantaggiosi contratti con la società thailandese PTT Plc che ha
vinto due gare d’appalto per l’estrazione off shore di petrolio
al largo delle coste birmane oltre che nel settore dell’estrazione
e distribuzione di gas. Tutto questo si scontra col fatto che
correlativamente vi è stato anche un aumento delle truppe ai
relativi confini che si sono poi estrinsecate in violazioni dei
diritti umani, spingendo vieppiù masse di gente a spostarsi e
ricollocarsi altrove. Il Governo thailandese ha più volte espresso
la propria volontà di voler rimandare gli esuli ed i profughi
birmani spostandoli via a forza dal territorio thailandese e
spingendoli verso quello birmano di origine. Fin dai primi Anni ’90
il Progetto Gas Yadana ha comportato la presenza di centinaia di
unità forze speciali di sicurezza nella regione di Tenasserim (Sud
Myanmar) e tutto questo ha comportato l’innalzamento delle quote di
terreni espropriati, lavori forzati, torture, uccisioni e sempre più
alti livelli di corruzione. Tutto questo è diventato ulteriore
potere nelle mani della giunta militare birmana.
Yngluck
Shinawatra il 5 Agosto 2011 è diventata la prima donna Premier
thailandese in sole 11 settimane di campagna elettorale ma tutti
sanno che il suo ruolo di leader del Partito Puea
Thai le deriva dal suo cognome in quanto non è certo un segreto che
il principale sponsor del Puea
Thai stesso è proprio suo fratello Thaksin.
Oltre
alla pacificazione nazionale, la risoluzione della annosa questione
delle componenti fondamentaliste nelle tre Province meridionali di
Yala, Pattani e Narathiwat, il miglioramento delle relazioni con
Myanmar, Malaysia, l’approfondimento nelle relazioni con il Vietnam
in forte sviluppo, la risoluzione della controversia (spesso
funestata da scaramucce) con la Cambogia a proposito del terreno
confinario dove sorge il Tempio di Preah
Vihear,
Yngluck
Shinawatra s’è ritrovata a gestire anche la più grave inondazione
degli ultimi sessanta anni in Thailandia, che
ha coinvolto il Centro/Nord tra marzo e aprile 2011, e che ha portato
ad un totale di 815 decessi (con 3 dispersi) e 13,6 milioni di
persone variamente colpite da danni oppure obbligate a migrazione
interna, fino a inondare la stessa Capitale per settimane. Con l’onda
di piena degli invasi e dei fiumi, dalle zone paludose sono stati
trasportati nei centri abitati di Ayutthaya (la vecchia Capitale) e
di Bangkok orde di alligatori e nuvole di serpenti velenosi di ogni
specie. Yngluck
Shinawatra (così come il suo competitor politico e precedente
Premier Abhisit
Vejjajiva) è scesa in strada, ha tirato su l’orlo dei pantaloni e
s’è fatta vedere vicina alle istanze del popolo thailandese e
soprattutto quello particolarmente provato della Capitale. Una
megalopoli di 12 milioni di abitanti che è tornata via via alla vita
normale in poche settimane.
La scena politica
thailandese è impantanata in una divisione in due metà
perfettamente simmetriche: un 50% sostiene il “sogno thailandese”
disegnato dalla Famiglia Shinawatra, il fronte delle cosiddette
“Magliette Rosse” (il colore scelto dal fronte politico che fa
riferimento all’ex Premier thailandese oggi esule all’estero), il
Puea
Thai Party;
l’altro 50% sostiene il fronte democratico, le cosiddette
“Magliette Gialle” che oggi si aggregano intorno all’ex Premier
Abhisit Vejjajiva ed il Democrat Party partito di opposizione. Dal
loro punto di vista, tutti i discorsi improntati alla pacificazione
nazionale profferiti da Yngluck
Shinawatra sono solo una cortina fumogena per confondere sullo scopo
finale: acquisire un lasciapassare di qualsiasi natura che consenta a
suo fratello Thaksin di tornare nella madrepatria abbandonando il suo
esilio dorato talvolta a Londra, talvolta a Hong Kong più
recentemente con base a Dubai. La questione relativa alla concessione
di una grazia è materia parecchio complessa. E’ tutto da
verificare un eventuale atto in tal senso, del tutto autonomo, da
parte del Sovrano Bhumibol
Adulyadej. La concessione di una eventuale grazia concessa dal Re
potrebbe aggirare i vari conflitti istituzionali ma per quanto
accaduto finora è chiaro che il Re –pur mantenendo tutto il
proprio ruolo neutrale rispetto alla scena politica nazionale- non ha
mai mostrato particolari entusiasmi verso Thaksin Shinawatra. Il che
spiegherebbe perché l’Esercito abbia potuto agire con mano così
ferma nell’arginare le manifestazioni del fronte delle “Magliette
Rosse” che giunsero a mettere a ferro e fuoco la Capitale Bangkok
nell’aprile 2010. Lo scontro tra le due parti è di nuovo in atto.
Il Pheu Thai Party guidato da Yngluck
Shinawatra ha presentato una mozione per ridisegnare la Costituzione,
sottoposta a modifiche durante il colpo di stato del 2006 e che
estromise proprio suo fratello dal potere e lo rese esule e latitante
all’estero, dopo il pronunciamento dell’Alta Corte che confermò
la condanna per “conflitto di interessi” a due anni e mezzo
nell’affare della vendita della Shin Corp. Il Phak Prachathipat
(PP, Democratic Party) guarda la bella e giovane (45 anni) Yngluck
Shinawatra ma vede chiaramente il volto di suo fratello Thaksin.
Se
da una parte Thaksin Shinawatra ha offerto un “sogno” alle classi
popolari ed agricole thailandesi, verso una modernizzazione più
consona ad un Paese fortemente aggressivo dal punto di vista
economico, la Thailandia è allo stesso tempo una Nazione fortemente
radicata nelle proprie tradizioni e nelle precondizioni storiche
tipiche di un Regno che non è mai stato oggetto di conquiste nella
sua Storia ed al cui comando oggi vi è il Re più longevo al Mondo
(66 anni di Regno continuativi). Questo spiega perché sia
progressivamente in aumento il numero delle condanne comminate per il
reato di “lesa maestà” dove giornalisti, opinionisti, politici,
anche cittadini stranieri soggiacciono senza potersi appellare ad
alcun diritto di replica o presunta libertà di idee o di
informazione.
Yngluck
Shinawatra, laureata all’Università di Chiang Mai e con Master
conseguito presso la Kentucky State University entrambi titoli
accademici in Pubblica Amministrazione, incarna quindi quel progetto
di modernizzazione e di espansione del liberismo economico, con un
volto più “presentabile” rispetto ai metodi più guasconi e
pirateschi del fratello. Paradossalmente, per certi punti di vista,
il fronte democratico sembrerebbe –messa così- condurre una lotta
di retroguardia, tradizionalista e protezionista, sebbene il suo
oppositore Abhisit
Vejjajiva nato in Gran Bretagna, studi all’Eton College e Laurea ad
Oxford, parli spesso di ricondurre tutto a maggiore trasparenza in
politica ed in materia di rispetto delle leggi democratiche. Sta di
fatto che il Popolo Thai –quando si è trattato di votare- ha
scelto: 256 posti nel Parlamento Thai sono del Pheu
Thai Party guidato da Yngluck
Shinawatra sui 500 seggi disponibili complessivi.
La divisione nella scena politica thailandese prosegue.
Pubblicato su il Petardo
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pensa, giusto ieri ho recensito The Lady - L'amore per la libertà
ed io solo ora leggo questo commento... corro a dare un'occhiata