La Rivoluzione del Fiocco Verde in Sardegna
di Andrea Pili.
Inguaribile
unionismo. Questa malattia affligge il giornalismo italiano, figlio
della cultura politica dominante. Per questo, negli ultimi mesi
abbiamo assistito ad un grande revival unionista, che addita le
autonomie locali e le province come il Male; esempio di ciò
sono stati: il referendum sardo per l'abolizione delle province; il
dibattito sulla crisi delle finanze della regione siciliana; la
spending review del governo Monti.
In
Sardegna, in vista del referendum del 6 maggio, è andata in scena
una commedia dell'assurdo, sull'onda della crescente antipolitica
italiana, una componente della “casta” sarda ha pensato bene di
proporre l'abolizione delle province, con il palese fine di porsi
all'occhiello questo “merito” e, in tal modo, di slegarsi dalle
responsabilità di una giunta regionale fallimentare, ampliando i
propri seggi in Assemblea alle prossime elezioni. Parliamo dei
“Riformatori Sardi”, i quali hanno bersagliato i cittadini
dell'isola con slogan altisonanti – possiamo parlare quasi di
circonvenzione di incapaci – volti a identificare la cancellazione
delle province come il cambiamento epocale, l'inizio di una nuova era
per la Sardegna. In sostanza, per i Riformatori, tali enti sarebbero
fonti di costi e sprechi; eppure proprio loro si sono fatti portatori
della legge sul turismo golfistico, che ha destinato 45milioni per la
realizzazione di circa 25 campi da gioco (alla faccia degli
sprechi!). Non possiamo dilungarci su tale legge ma – in sintesi –
i “paladini del cambiamento” hanno sostenuto un criptico
avvallamento d'una speculazione edilizia, un modo per aggirare il
PPR. Tuttavia, i sardi ci sono cascati in pieno e hanno avviato
l'abolizione delle quattro province istituite durante la Giunta Soru
(Sulcis, Ogliastra, Medio Campidano, Gallura), senza che fosse stato
predisposto alcun piano alternativo per garantire la rappresentanza
delle istanze locali. Insomma, meno province significa più
centralismo ed anche che regioni sarde con caratteristiche
diversissime, per economia o peculiarità culturali, come Gallura e
Sulcis saranno considerate più o meno come vacche nella notte.
Nello
stesso periodo, alcuni sardi si sono occupati di una questione da cui
dovrebbe, veramente, partire un mutamento della situazione
dell'isola. Si tratta del comitato “Fiocco Verde”, trasversale ma
con una mente indipendentista conclamata (Franciscu Sedda, Ornella
Demuru, Giuliu Crechi); tale comitato ha raccolto 25'625 firme per
una proposta di legge volta ad istituire un servizio regionale dei
tributi. Ma qui è necessario un breve excursus per comprendere la
situazione sarda e le sue analogie con quella catalana. Quando si
parla di “indipendenza sarda” saltano sempre fuori gli ascari
incalliti, i quali continuano la vecchia litania della “Sardegna
regione sovra-assistita dall'Italia”; la verità è che la Sardegna
è in credito con l'Italia di circa 10miliardi di euro in tributi che
(per lo Statuto Autonomo, art. 8) sarebbero dovuti rimanere
nell'isola, ma sono invece partiti a Roma senza fare più ritorno a
casa; è la cosiddetta “Vertenza Entrate”, che non anima i sardi
a causa del forte dominio dei partiti unionisti, i quali addormentano
i cittadini della seconda isola del Mediterraneo con le loro facezie
italiche. Durante la presidenza Soru, furono contrattati 5miliardi di
euro in cambio della gestione autonoma di sanità e trasporti.
Inutile dire che lo Stato non ha mai rispettato i patti, e dunque la
vertenza rimane ancora apertissima.
L'innovazione
principale del Fiocco Verde sta nell'aver, finalmente,
interpretato l'art. 9 dello Statuto Autonomo in chiave estensiva;
tale articolo afferma che la Regione possa (non “debba”)
affidare agli organi dello Stato centrale la riscossione dei propri
tributi (non “tributi propri”). Quindi, secondo
l'interpretazione del comitato, la Regione potrebbe già istituire
una propria Agenzia Tributaria al fine di riscuotere
direttamente i “propri tributi”, da intendersi come tutte le
imposte pagate entro l'Isola, per poi inviare a Roma solo quanto
lecitamente previsto; in passato, l'ultima espressione è stata
sempre interpretata restrittivamente, confondendola con “tributi
propri” che, invece, sono solo i tributi di competenza regionale.
Ieri i rappresentanti del comitato sono stati ricevuti alla Regione,
in Commissione Bilancio, ottenendo che la proposta di legge sia
esaminata dai capigruppo consiliari, per essere discussa
dall'assemblea quanto prima. Lo stesso giorno, il governo Monti ha
elaborato delle nuove proposte centraliste - vedi il principio di
supremazia dello Stato- ed altri nuovi tagli alle regioni. Questi
ultimi sono stati criticati, dai capoccia dei partiti italiani in
Sardegna, secondo il solito triste leitmotiv
autonomista-rivendicazionista che dimostra quanto lavoro sia ancora
necessario per l'affermazione di una seria coscienza nazionale sarda.
In questo clima, la proposta del Fiocco Verde può essere la solida
base per una rivoluzione che cambi l'atteggiamento elemosinante dei
sardi di oggi, per trasformarli in amministratori sovrani delle
proprie risorse.
Sedda e il Presidente del Consiglio Regionale Chiara Lombardo
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Se i martiri hanno la faccia di Sallusti
di Igor Carta.
Come al solito italianamente succede
il carnefice diventa vittima e della vittima vera chi se ne frega,
un’altra occasione, l’ennesima per dimostrare che non siamo in un
paese normale.
Dopo il prode capitan Schettino ora
tocca ad Alessandro Sallusti vestire i panni della vergine violata,
in barba al buonsenso e all’ormai sconosciuto sentimento della
vergogna. Fa davvero un brutto effetto vedere l’intero gotha della
carta stampata, nessuno escluso, nemmeno quei terribili covi di
comunisti come “Il Fatto Quotidiano” o “La Repubblica”
prendere le difese del peggior prezzolato dell’informazione di
Arcore, Alessandro Sallusti, reo di aver pubblicato notizie false,
guarda caso contro un magistrato, per questo giustamente punito.
L’odiosa farsa berlusconeide che
pare stia, ma non si sa mai, avviandosi al tramonto si arricchisce
giornalmente di nuovi succosissimi capitoli. Meglio non parlare per
ora di smaltimento delle scorie, visto che ancora siedono in
Parlamento mesozoici personaggi come Paolo Cirino Pomicino.
Diciotto anni in cui il paese, se
non fermo è addirittura peggiorato, una sfiorata bancarotta e tutti,
lui in primis, ad occuparsi di Ruby, di Tulliani e di fermare le
intercettazioni, perché tanto i conti sono a posto e i ristoranti
sono pieni; é facile nascondersi dietro Francesco Fiorito, consuma
per sei…
Sallusti va in galera?? Sì proprio
lui, il simpatico direttore de “Il Giornale”, la testata di Indro
Montanelli finita nelle grinfie dello “Zio Tibia” in libera
uscita dalle segrete di Arcore. Anche per lui così come per la
Polverini c’è chi ha espresso commozione e versato lacrime ad
ettolitri al solo udire le parole che il “povero” direttore ha
pronunciato in seguito alla sentenza: “vado in galera”, “da
oggi non sono più libero” e alla proposta di una richiesta di
grazia a Napolitano avanzata dalla Santanché Sallusti avrebbe
tuonato “Giammai, non ha fatto nulla contro la magistratura
politicizzata”. I soliti complotti di una certa sinistra.
Dove sta l’inghippo? Da nessuna
parte, basta leggere prima l’articolo incriminato, firmato da un
certo “Dreyfus” (Renato Farina, Ndr) nel 2007 per “Libero”, di cui all’epoca
Sallusti era direttore, e successivamente le ragioni della sentenza
per capire che il provvedimento di per sé non fa una grinza.
Una tredicenne torinese figlia di
genitori separati scopre di essere in attesa, vorrebbe abortire e
informa la madre, ma non il padre con cui non è in buoni rapporti.
Si rivolgono, come da prassi, alla magistratura che concede alle due
la piena facoltà di decidere il da farsi. Invece su Libero spunta
l’articolo in questione che titolava “Il giudice ordina l’aborto,
la legge più forte della vita”.
Niente di più falso e infatti la
sentenza confermata dalla Cassazione lo spiega chiaramente, precisa
infatti che non si tratta di un “reato di opinione”, ma della
pubblicazione di “una notizia palesemente falsa”, e Sallusti ne è
il primo diretto responsabile essendo l’autore dell’articolo tal
“Dreyfus” , pseudonimo di Renato Farina, giornalista radiato
dall’Ordine oggi deputato PdL, non direttamente identificabile.
Carcere dunque? Meritato forse, ma anziché oberare di ulteriore
lavoro agenti da 1200 € al mese, soldini che questo personaggio che
sembra uscito dalla matita di Tiziano Sclavi prende solo per un paio
di ospitate per sparare amenità in conforto del suo indifendibile
padrone, perché non inibirlo dallo scrivere per un bel pezzo?
Inibirlo del tutto, non sospeso come Feltri per il caso Boffo, e
infatti chi se ne è accorto, lui per primo?! Cinque anni a fare il
passacarte e chissà che non si guardi dal rimarcare i trascorsi di
Mario Monti alla Goldman-Sachs definendola “un covo di criminali”,
tralasciando però che anche il suo padrone è un banchiere, o
pubblicare idiozie a iosa come le foto osé della giovane Veronica
Lario dopo il divorzio dal padrone, lobotomizzare gli italiani con la
casa di Montecarlo o pubblicare titoli ignobili come nel caso di Luca
Abbà, il manifestante NOTAV caduto da un traliccio su cui si era
arrampicato per protesta, definito dal suo giornale “un
cretinetto”. Stesso titolo sarebbe certamente spettato ad un
operaio che avesse avuto la sventura di precipitare da un silos su
cui si era arrampicato per protesta. Facile sputare giudizi da una
comoda poltrona e col portafoglio pieno, insopportabile che poi lo
esprima un ignavo che ha venduto la propria coscienza al miglior
offerente, in ossequio al quale non esita, se necessario, a diffamare
basandosi sul falso; ma sarebbe troppo pretendere, visto il
personaggio, delle scuse e l’assunzione delle proprie
responsabilità.
Quella è roba da gentiluomini.
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igor carta
l'11 Settembre Catalano
Unionismo alla riscossa
di Andrea Pili.
Problemi
di comunicazione. Questi avvolgono il giornalismo italiano quando
deve occuparsi di un argomento estero che, inevitabilmente, non
riesce a comprendere. Ennesima dimostrazione ci è stata fornita
dalla recente crisi finanziaria delle autonomie spagnole. In luglio,
il governo Rajoy ha istituito – con 18'000mln di euro – il Fondo
de Liquidez Autonomico al fine di supportare le comunità
autonome impossibilitate ad indebitarsi per far fronte alle proprie
esigenze. Le prime comunità ad avvalersene sono state la Catalogna,
la Comunità Valenciana e la Comunità di Murcia. A
stupire particolarmente è stata la richiesta della Comunità
Catalana, la quale ha dei debiti pari a 42'719mln di euro ed ha
chiesto a Madrid 5'000mln, per far fronte alle immediate necessità.
Ciò che gli scribacchini italiani non sono riusciti a spiegarsi è
l'apparente contraddizione tra l'orgogliosa, storica, rivendicazione
di sovranità della Catalogna e la sua domanda di liquidità verso lo
stato centrale. Così, impregnate di ideologia centralista, abbiamo
letto e sentito frasi del tipo «la Catalogna ha seppellito l'ascia
di guerra nei confronti di Madrid»,
oppure «cosa diranno, adesso, gli autonomisti?»; morale della
favola: il regime autonomistico è fallito, quindi, vi è bisogno di
più centralismo per far fronte alla crisi. Ovviamente, pur parlando
di Spagna, il messaggio è diretto alle questioni interne allo stato
italiano, contro le istanze federaliste, per ridicolizzare le
identità nazionali e la conseguente rivendicazione di sovranità e
indipendenza.
Tuttavia,
con un'attenta e seria analisi della situazione catalana, l'apparente
contraddizione è presto sciolta; infatti, ogni anno, 20'000mln
di euro di imposte pagate dalla
nazione di Barcellona prendono la via di Madrid, per non fare più
ritorno.
Ergo,
con un semplice calcolo aritmetico è possibile capire che, se la
Catalogna disponesse del 100% dei tributi pagati sul proprio
territorio, in poco più di due anni il debito sarebbe scomparso;
inoltre, se la Catalogna fosse indipendente sarebbe uno degli stati
più virtuosi d'Europa, basti vedere che il suo PIL è pari a circa
1/5 di quello spagnolo. Vi è di più; chi ha una minima conoscenza
della situazione catalana sa bene che, all'ordine del giorno, c'è la
battaglia del governo nazionalista di Artur Mas per l'attuazione di
un nuovo regime fiscale. Sarebbe bastato vedere le schermate dei
principali siti d'informazione della nazione della senyera
per rendersene conto. Nessuna ascia di guerra è stata sotterrata; la
soluzione della crisi dell'autonomia non è il centralismo, bensì
l'indipendenza.
Vediamo
nei dettagli la situazione fiscale del Regno di Spagna. Sono
contemplati tre regimi: il regime
comune,
per cui vi è la gestione statale di educazione, sanità e sicurezza,
la gestione autonoma per quanto concerne patrimoni, successioni,
donazioni, la gestione autonoma del 33% di IVA, IRPF e del 40% delle
imposte speciali; il regime
forale,
proprio del Paese Basco e della Navarra, il quale si rifà alla
tradizione storica dei fueros
e concede il controllo diretto sul 100% delle imposte pagate entro la
propria comunità, esclusi i dazi d'importazione, l'IVA e le imposte
speciali; infine vi è il regime applicato nelle Canarie, a Ceuta e
Melilla, le quali usufruiscono di un sistema specifico a causa della
propria posizione marginale.
La
Catalogna si colloca nel regime comune ma – dopo l'approvazione del
nuovo Statuto
d'Autonomia
del 2006 – ha iniziato la sua battaglia per ottenere una
concentrazione economica analoga a quella vigente nel regime forale.
Lo statuto parla di «autonomia finanziaria» e «totale autonomia di
spesa» per poter applicare le direttive determinate dal suo
autogoverno (art.201-202), prevede l'istituzione di un'Agenzia
Tributaria Catalana
– attiva dal 2008 – per la « gestione, riscossione,
liquidazione, ispezione
di tutti i tributi propri della Generalitat» ed anche una diversa
ripartizione di IRPF, IVA e tributi speciali – rispettivamente 50%,
50% e 58% (disposizioni
aggiuntive VII-IX).
Inoltre, l'art.210 prevede la nascita della Commissione
Mista Affari Economici e Fiscali Stato-Generalitat
al fine di aggiornare ogni cinque anni gli accordi con Madrid. Il
Tribunale
Costituzionale
ha limitato le disposizioni aggiuntive
VII-IX e giudicato incostituzionale l'art. 206.3, riguardante la
solidarietà con le comunità che porteranno
a termine
uno «sforzo finale» simile a quello catalano, perché i servizi
educativi, sanitari e sociali siano simili in tutto lo stato. Il 26
luglio il Parlamento
Catalano
ha approvato a maggioranza – con l'astensione del Partito
Socialista
e l'opposizione del Partito
Popolare
– un nuovo regime fiscale, analogo a quello forale
ma con la destinazione di fondi per la solidarietà
territoriale.
Bene sottolineare che sono stati determinanti i voti indipendentisti
di CIU
e di ERC
oltre
che dell'indipendente
Joan Laporta, che sono maggioritari.
Sull'onda
della battaglia per il Pacte
Fiscal,
l'11 settembre si è svolta a Barcellona la più imponente
manifestazione indipendentista che si ricordi, l'occasione è stata
fornita dalla Giornata
Nazionale Catalana,
che commemora la caduta di Barcellona – ad opera dell'esercito
castigliano – nel 1716, durante
la Guerra
di Successione.
Il motto scelto
non lascia dubbi sulle intenzioni: «Catalogna non estat d'Europa»,
corroborato
dal recente sondaggio che vede il 51,1% dei catalani favorevoli
all'indipendenza. Per
cui, con buona pace dei giornalisti italiani e del centralismo
neofranchista spagnolo, i fatti sembrano andare nelle previsioni
dello storico leader del comunismo iberico, Santiago Carrillo -morto
pochi giorni fa- il quale affermò: “io
non so esattamente quando accadrà, ma un giorno la Catalogna sarà
indipendente”.
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Dal "me ne frego" al "me frego tutto"
di Igor Carta.
Qualcuno che si
dimette? Incredibile ma vero ce li abbiamo anche noi, si battono fino
all’ultimo, si scagliano contro tutto e tutti come il Mazzarò di
Giovanni Verga alla fine dei suoi giorni ma qualcuno ce la fa a
sbullonarsi da quelle comode e calde poltrone, i soliti complotti di
una certa sinistra.
Adesso sì che ci sarà
da divertirsi, perché nelle parole della Polverini vi erano anatemi
non troppo velati e parole che danno un chiaro senso all’intera
vicenda. A’ Renatona nostra dichiara, in un discorso da far
commuovere anche i nani di gesso e cerone del cortile di Arcore:
“Quello che ho visto lo racconterò”. Ma non ha, fino a tal
storica dichiarazione, giurato e spergiurato di essere all’oscuro
delle bieche manovre che questo “consiglio infame” operava sotto
il suo naso con l’egida del suo rubicondo consigliere Francesco
Fiorito? Non sarà che l’hanno informata della presenza di
documenti inoppugnabili da cui si evince che la governatrice non
poteva non sapere, come segnalato da un articolo di Marco Lillo sul
Fatto Quotidiano? Le bugie hanno le legislature corte e ormai la
formula del “a mia insaputa” dietro al quale si sono nascosti
dapprima lo storico ministro Scajola e in seguito la ex vergine
padana Umberto Bossi; a proposito, chi se lo ricorda imboccato di
fettuccine proprio dalla Polverini, dopo il solito anatema “S.P.Q.R.,
sono porci questi romani”…che faccia tosta!
“Da domani quello che
ho visto lo racconterò, le ostriche viaggiavano in consiglio già
prima di me, la fine della mia azione riformatrice avrà gravi
ripercussioni su tutto il paese”. Risate in sottofondo.
Quell’azione riformatrice partita guarda caso nei giorni in cui lo
scandalo Fiorito stava lentamente venendo allo scoperto, magari in
quei tagli figura anche quell’elicottero con cui il governatore si
recò alla sagra del peperoncino e in cui minacciò ceffate a iosa ad
un cronista che gli chiedeva conto dei tagli? E poco più di un mese
fa, quando per un piccolo intervento chirurgico il governatore fece
riaprire un reparto dell’ospedale Sant’Andrea di Roma chiuso per
mancanza di fondi e di personale? Lì si che i tagli ci sono stati,
per molti ma non per tutti. Pinot di Pinot, il vino che meglio si
adatta alle ostriche vero Renata?
“Me ne vado a testa
alta”. Ovvio, se stai seduta chi te la vede … la faccia? Sipario.
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