Se la Sovranità Appartiene alle Borse

di Daniele Florian.
Ciò a cui l' Italia ha assistito in questi ultimi mesi può essere definita una “rivoluzione”.
“Rivoluzione” nel senso stretto del termine, ossia di un cambiamento radicale che non coinvolge solo la sfera istituzionale e amministrativa ma mostra ripercussioni sulla sfera sociale, e in particolare nella concezione politica collettiva. Non è certo una rivoluzione per come noi la intendiamo solitamente.
Una rivoluzione, questa, che è partita dall'alto, da organi superiori senza alcuna competenza politica che hanno e stanno tutt'ora dirigendo le scelte dei Paesi europei avendo come unico fine gli interessi della finanza. In quest'ottica la stessa fine del Cavaliere non è certo da attribuirsi né ad una vittoria dell' opposizione partitica né tantomeno ad un adeguata risposta collettiva dalla piazza, in quanto altro non è che il primo passo attuato dalle politiche internazionali in un processo di appropriazione dei governi europei.
L' arrivo di un governo tecnico siffatto sostituisce la discussione politica con una mera amministrazione economica, elimina il senso di dovere della governance nei confronti del popolo elettore e sancisce la fine di quella apparente democraticità che alcuni ancora intravedevano nell' attuale sistema politico, una delle maggiori critiche che abbiamo esposto nei confronti del Governo Berlusconi era di aver trasformato l’ amministrazione di un Paese in una specie di gestione aziendale, dove dirigere città e regioni significava esclusivamente assicurare il pareggio dei conti di fine anno ed eliminare le spese “superflue”, senza minimamente considerare le necessità comuni che sono cultura, sanità e vita sociale; e questo governo tecnico altro non è che un ulteriore passo in questa direzione.
L' addio di Berlusconi, passo comunque necessario da compiere, ha portato anche all' addio di uno dei maggiori danni di questo governo, l'antiberlusconismo. Ormai appiattita ad una specie di telenovela, la discussione politica italiana può finalmente ricominciare dopo più di dieci anni, sfruttando le vicende attuali globali per uscire finalmente dal semplicistico binomio “pro” o “contro” il nano. Questo comporta ovviamente anche maggior difficoltà da parte di ognuno nel ricomporre il discorso, riconoscere le parti ora in gioco e prendere posizione in un campo ideologico molto più variegato, stando attenti soprattutto alle posizioni prese dai media in questo nuovo contesto.
E' dunque anche un occasione, per ricominciare individualmente un percorso politico più approfondito, studiando collettivamente le soluzioni alla crisi che possono partire dalle risposte territoriali e di movimento, per riappropriarci di una concezione dell' amministrazione sociale che non sia fatta solo di numeri e percentuali ma di persone, cultura e comunità.
Pubblicato su il Petardo
Anno II - N°3 - Bimestrale di metapolitica
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Sommergibile o Scoglio?

Indovina Chi
Chi è il personaggio di questa storia?

Il Giappone Post-Fukushima
Tra Depressione, Tumori e Morte

In Italia s’è di nuovo detto qualcosa a proposito di Fukushima solo in occasione della rivelazione tragica del conduttore televisivo Otsuka Norikazu, ammalatosi di leucemia linfocitica acuta, il quale ha confermato di assentarsi dalla scena televisiva nipponica per dedicarsi alle cure mediche ma di voler al più presto tornare in televisione. La questione ha preso senso mediatico perché Otsuka Norikazu, popolare star televisiva giapponese, per sedare gli animi e portare un po’ di pace, aveva mangiato in tv una zuppa preparata con verdure provenienti dall’area circostante gli impianti (ormai famigerati) di Fukushima. Il fatto che il 6 novembre scorso sia poi giunta la notizia della sua malattia ha scosso profondamente gli animi. Il nesso tra le due cose è tutto da dimostrare ma l’effetto mediatico della cosa è stato esplosivo. Ora gli si impongono cinque anni di cure dolorose e gli si prospetta una possibilità di sopravvivenza pari al 30%. “Voglio fare una pausa a causa di malattia improvvisa e inaspettata”, ha dichiarato Otsuka ai suoi telespettatori, “Prometto però di resistere con tutte le mie forze e tornare, in pochi mesi, sano e sorridente come al solito”.
Otsuka non è il primo personaggio noto al pubblico giapponese ad aver voluto rassicurare i connazionali sul tema di Fukushima. Prima di lui, infatti, il politico democratico Yasuhiro Sonoda aveva destato scalpore bevendo, nel corso di una conferenza stampa, con mano visibilmente tremolante un bicchiere di acqua proveniente proprio dagli impianti di Fukushima. Ma c’è di più. Ora s’è ammalato (nel senso che ora lo si è saputo ufficialmente) anche Masao Yoshida, 56 anni, direttore dell’impianto di Fukushima, presente nei giorni dell'incidente verificatosi l'11 marzo scorso a seguito del terremoto e del successivo tsunami che investirono il Nord Est del Giappone. La Società TEPCO che gestisce l’impianto di Fukushima non ha però voluto rilasciare alcuna dichiarazione sulla natura e sull’entità della malattia di Masao Yoshida, vantando diritti di privacy. In realtà, Masao Yoshida nelle ore del disastro nucleare di maggior portata mondiale dopo quello del 1986 a Chernobyl, si era esposto in prima persona alle radiazioni, sostò operativamente nell’area degli impianti, cercando in ogni modo di metterli in sicurezza il meglio possibile. Tre operai e due impiegati sono morti a causa della scossa di terremoto e del conseguente tsunami ma –allo stato attuale- è quasi impossibile fare una valutazione completa delle vittime strettamente correlate alle radiazioni, perché scientificamente non sempre è facile chiarire e dimostrare tali diretti legami ma anche perché le Autorità preposte al settore sono paludatissime, a voler usare un delicato eufemismo.
Il 12 novembre 2011 l’impianto N. 1 è stato aperto alla stampa con tanto di visita guidata con mascherine e guanti, come se queste misure fossero sufficienti nel caso in cui vi fosse ancora un alto livello di radiazioni disperse nell’aria. In realtà, circa 3.000 esperti sono ancora alacremente al lavoro nell’area degli impianti e non si sa ancora se 30 anni saranno sufficienti per spegnere la fusione nucleare che ancora brucia nei reattori. Come conferma poi la BBC i livelli di radioattività nei dintorni di Fukushima potrebbero aver raggiunto valori molto più pericolosi di quanto si affermi in sede ufficiale e che essi siano molto pericolosi per le attività agricole e zootecniche. Come rivelato da un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of National Academy of Sciences (PNAS), che contiene le prime rilevazioni relative a tutto il territorio del Giappone dopo l’incidente nucleare del marzo scorso. Secondo i dati, nelle zone più vicine alla centrale la concentrazione di Cesio-137 nel suolo e nell’erba avrebbe raggiunto livelli otto volte superiori al limite di sicurezza indicato dalle autorità nipponiche. L’intero quadro risulta preoccupante anche nelle aree leggermente più distanti, dove il grado di contaminazione è solo leggermente inferiore. La preoccupazione, a questo punto, è che gli isotopi radioattivi finiscano con il contaminare i prodotti agricoli, il thè e gli animali da allevamento, anche perché il Cesio-137 rimane nell’ambiente per diversi decenni. I dati sono tra l’altro confermati da un secondo articolo pubblicato sulla stessa rivista, che riporta i risultati di analisi effettuate su campioni di terreno provenienti da una fascia di 70 chilometri dall’impianto nucleare: anche in questo caso, i valori di Cesio-137 sono risultati fortemente alterati, nella prefettura di Fukushima come in quelle limitrofe. È probabile – scrivono i ricercatori – che la produzione di cibo nelle aree maggiormente interessate dalla contaminazione sia compromessa gravemente, e che anche le regioni vicine a Fukushima, come Iwate, Miyagi, Yamagata, Niigata, Tochigi, Ibaraki e Chiba, possano essere interessate dal fenomeno. Per questo gli autori dell’articolo chiedono al governo giapponese di effettuare uno studio approfondito dei livelli di radioattività in tutto il Paese, in modo da programmare al meglio le attività di bonifica. Secondo i ricercatori, inoltre, occorre informare al meglio agricoltori e allevatori degli accorgimenti che devono adottare per evitare il rischio di contaminazione dei prodotti della terra e del bestiame. L’aratura e l’uso di determinati fertilizzanti, infatti, sono in grado di ridurre il grado di assorbimento degli isotopi radioattivi nelle colture e speciali additivi possono essere aggiunti ai mangimi animali per evitare che il bestiame risulti a sua volta contaminato. Per il momento, non è ancora chiaro se il Governo intenda varare delle misure per tutelare le attività agricole e zootecniche del nord-ovest del Giappone. La Politica nipponica dovrà esprimersi su tutto questo, prima o poi.
In ogni caso, la situazione a Fukushima è tutt’altro che risolta. E nonostante tutto, il Giappone ha inteso chiarire subito che non intende recedere sulle proprie politiche energetiche fortemente favorevoli all’energia nucleare, anzi, nelle ore immediatamente successive all’incidente di Fukushima dell’11 Marzo 2011 ha fortemente operato per la pronta riapertura del Reattore Numero Uno. Al contempo, i reattori impegnati nella generazione di energia per usi civili sono scesi da 54 a 10, il che ha spinto il Governo Centrale a chiedere alle imprese di ridurre di almeno il 15% i propri consumi. Tutto è durato poco, prima con la riapertura del reattore Numero Uno di Fukushima e successivamente con la riattivazione di due reattori nella centrale di Genkai, nella Prefettura di Saga. Nell’impianto di Genkai nel mese di Febbraio si era verificato lo spegnimento di un terzo reattore, provocato da un non troppo chiaro incidente che ha causato lo spegnimento di una turbina. Anche per questo motivo il Governatore della Prefettura di Saga, Yasushi Furukawa, aveva tentennato di fronte all’ipotesi di riattivazione.
Da sempre critica la posizione di Greenpeace, che attraverso il suo responsabile in Giappone, Junichi Sato, ha fatto sapere come: “In seguito al grande terremoto verificatosi nella zona orientale del Giappone e la fusione tripla a Fukushima Daiichi, è impensabile il riavvio per un impianto nucleare prima che siano ultimati dei controlli di sicurezza adeguati e venga consultata la popolazione.
Le preoccupazioni sembrano inoltre trarre nuova linfa vitale dai recentissimi sviluppi del processo di messa in sicurezza della centrale nucleare di Fukushima Daiichi. Dalle rilevazioni condotte nelle ultime ore si sarebbe sprigionato dal reattore Numero Due gas xenon, normalmente presente in caso di fissione nucleare.
É immediatamente scattata la procedura di controllo, che prevede l’introduzione di acido borico nel reattore per monitorare un’eventuale reazione atomica. Al momento l’esito sembra negativo e i tecnici hanno dichiarato di procedere con l’arresto a freddo come previsto, con la temperatura all’interno dell’impianto già scesa al di sotto dei cento gradi. Seguiranno ulteriori controlli nei prossimi giorni per assicurarsi dell’inesistenza di rischio fissione incontrollata”.
In verità, non è il solo Giappone ad investire nel nucleare almeno nei prossimi due decenni, si tratta piuttosto di una linea di tendenza mondiale. Punto di vista avvalorato, ironia della sorte, proprio in coincidenza con l’incendio sviluppatosi nella centrale di Marcoule in Francia, direttamente dall’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica). In base alle stime dell’organismo internazionale fondato allo scopo di promuovere l’utilizzo pacifico dell’energia nucleare, infatti, i 432 reattori attualmente operativi nel mondo (localizzati soprattutto negli Stati Uniti, in Russia e in Francia) potrebbero agevolmente aumentare di una cifra compresa tra le 90 e le 350 unità entro il 2030. Secondo il direttore generale, Yukiya Amano, in particolare: “La crescita sarà continua e significativa, anche se a un ritmo più lento rispetto a quello che avevamo previsto. Gran parte dell’incremento si verificherà nei Paesi in cui l’atomo è già presente, specialmente in Asia. Cina e India rimarranno i principali centri di espansione”.
Per quanto riguarda il Giappone, nello specifico, il disastro di Fukushima è un vero e proprio punto di non-ritorno. Sotto molteplici aspetti.

Già il Natale 2011, profondamente segnato dal dramma e dalle vicende familiari di chi ha perso i propri cari congiunti a causa dell’esplosione ma anche delle operazioni di messa in sicurezza successive e per gli effetti della dispersione delle particelle radioattive nell’area cicostante, sarà ricordato per gli impianti nucleari di Fukushima e per lo tsunami che vi si è abbattuto. Ma vi è anche un risvolto che potremmo definire di ecologismo forzato, di green economy di ricaduta. Infatti, si è registrato un vero e proprio boom delle consegne di componenti per il fotovoltaico in tutto il Paese, come rivelato da un’associazione del settore, la Japan Photovoltaic Energy Association, secondo la quale tra aprile e settembre 2011 le vendite di celle solari in Giappone sono aumentate circa del 29% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In totale, i nuovi componenti acquistati corrispondono a oltre 600.000 kilowatt di potenza fotovoltaica e solo nel trimestre luglio-settembre 2011 sono stati consegnati moduli per circa 345 Megawatt. La parte del leone, in questa notevole crescita, spetta al settore residenziale, dal momento che l’acquisto di celle solari per le abitazioni è aumentato del 38,3% rispetto al periodo aprile-settembre del 2010. Segno che forse molte famiglie giapponesi temono nuove interruzioni dell’erogazione di elettricità, dopo quelle seguite all’incidente di Fukushima, oppure considerano il nucleare un’esperienza ormai in declino. L’aumento delle consegne di materiali non riguarda solo i moduli fotovoltaici made in Japan, ma anche i materiali a basso costo importati dall’estero. La loro quota di mercato, infatti, ha fatto registrare il massimo storico proprio negli 8 mesi successivi. Bisogna anche considerare che nel sostenere le misure “verdi” che hanno improvvisamente popolato la scena nipponica vi sono le recenti misure varate dal governo di Tokyo, a cominciare dai sussidi per l’acquisto di impianti rinnovabili alle norme che impongono alle utility di acquistare almeno una quota di elettricità proveniente da sole, vento, geotermia, biomasse o mini-idroelettrico.
Un secondo aspetto che rappresenta una vera e propria svolta in Giappone, a causa del disastro di Fukushima è scuro, drammatico. Notoriamente il Giappone è ai vertici mondiali per tassi di suicidio (31.690 decessi dovuti a varie forme di suicidio solo nello scorso anno), come comprovato dai numerosissimi studi di scienziati sociali che si sono variamente avvicendati nel carcare di spiegare i fenomeni sottesi ai suicidi di gruppo, rituali, “egoistici” o “altruistici” secondo la classica tipoligia sociologica di Emile Durkeim. Ora però, il quadrante giapponese posto in prospicienza degli impianti di Fukushima è funestato da un aumento dei tassi di suicidio fino al 39%. La gran parte dei sopravvissuti soffrono di stress da disordine post traumatico, alcuni hanno perso tutto e tutti. Bisognerà ora verificare cosa accadrà –e non solo in termini di stress post-traumatico- nell’ambito della depressione, altro elemento serpeggiante nella Nazione giapponese e che addenta velenosamente il Popolo nipponico, nelle sue spirali che si stringono gradualmente e progressivamente sempre più strette al collo di gran parte della gente, in Giappone, per la disoccupazione, la vergogna, la sofferenza interiore ed ora anche per il disastro di Fukushima.
Un terzo aspetto nella svolta post-Fukushima, è la rottura del velo nel rapporto tra i giapponesi ed i media, un rapporto consolidato nei secoli, potremmo dire. E che adesso, per la prima volta è profondamente incrinato. Si tenga conto del fatto che una delle denominazioni con le quali veniva finora generalmente indicato il Giappone era: katsuji-ookoku, cioé “terra dove la parola stampata regna sovrana”. In realtà, il giapponese è stato sempre abbastanza accondiscentente ed indulgente coi propri media, secondo gli studiosi di comunicazione nipponici e non solo, tutto troverebbe il suo fondamento nella più inveterata tradizione giapponese. Già nel periodo Edo (1600-1868) lo shogun Tokugawa Ieyasu affermava: “Non permettete alla gente di sapere niente: rendetela dipendente”. Con 580 copie per migliaio di persone, i lettori dei quotidiani giapponesi sono il doppio dei lettori americani (259 copie per migliaio di persone). E superano anche gli inglesi (394 copie per migliaio)”. Quello che è accaduto in Giappone, dopo il disastro nucleare di Fukushima, quindi non è qualcosa che possa passare in secondo piano. I paludamenti, i travisamenti, i depistaggi veri e propri attuati dopo lo tsunami e l’esplosione, hanno rotto quel legame profondo tra i fruitori dei media giapponesi ed i media stessi (il web e le communities anche in questo caso hanno tratto i migliori vantaggi lungo la strada che porterebbe alla Verità e negli indici di credibilità).
Sotto questa luce tenebrosa, il comunicato stampa del direttore degli stabilimenti di Fukushima, Masao Yoshida, dove comunica d’allontanarsi dal suo ruolo per curarsi dal tumore, il bicchiere d’acqua decontaminata proveniente dall’area di Fukushima bevuto davanti alle telecamere con mano incerta da Yasuhiro Sonoda e la zuppa con verdure provenienti dalla medesima area, mangiata sempre in diretta televisiva, da Otsuka Norikazu poi morto di leucemia, sono una nemesi mediatica terribile, un monito che inchioda -non solo i giapponesi- di fronte alle scelte che si attuano sia nel campo energetico sia nell’ambito più specifico dei media.
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